Sulla regione di Marte chiamata Cydonia

di Albino Carbognani

18 aprile 1998

 

In quanto segue esponiamo brevemente una delle mitologie su Marte fiorite in questi ultimi 20 anni di esplorazione diretta del "pianeta rosso". Supponendo una conoscenza di base nulla nei lettori comincio con il parlare brevemente di questo affascinante mondo.

 

Il pianeta Marte

Marte è il quarto pianeta a partire dal Sole, orbita alla distanza media di 1.52 UA con un periodo di 1.88 anni terrestri. E’ un pianeta relativamente piccolo rispetto alla Terra, il suo raggio equatoriale è di soli 3400 Km mentre la sua massa è 0.107 volte quella del nostro pianeta. E’ dotato di una tenue atmosfera formata quasi esclusivamente di anidride carbonica (CO2), la pressione al suolo è circa un centesimo di quella esercitata dall’atmosfera terrestre. Nonostante la rarefazione sul pianeta i venti possono raggiungere grandi velocità e sollevare nubi di polvere che danno luogo a tempeste di sabbia che rimodellano le caratteristiche geologiche del pianeta. La superficie di Marte assomiglia in modo particolare a quella dei deserti terrestri, il suo colore rossastro è dovuto alla presenza di ossidi di ferro. Il pianeta è dotato di due calotte polari formate quasi esclusivamente di ghiaccio secco che si formano durante l’inverno marziano e si ritirano durante l’estate in modo del tutto analogo alle calotte polari terrestri. La temperatura superficiale media è di -55 ºC, ai poli invece raggiunge valori di -128 ºC mentre va decisamente meglio nelle regioni equatoriale dove sono possibili punte di +30 ºC. I deserti del pianeta sono craterizzati in modo analogo alla superficie lunare. Tuttavia la craterizzazione non è uniforme. Anche ad una prima occhiata alla mappa del pianeta si vede subito che l’emisfero nord è molto più liscio di quello sud. Per la verità la distinzione fra i due emisferi non corre lungo l’equatore marziano ma lungo un cerchio massimo inclinato di 35º sul piano equatoriale di Marte. Nel passato la pressione e la temperatura di Marte erano più elevate che al giorno d’oggi e tali da permettere la presenza di acqua liquida sulla superficie del pianeta. Erano presenti fiumi, laghi e probabilmente anche un oceano (battezzato Oceanus Borealis; Nature, vol.352, p.589, 1991). Sulla superficie infatti sono ancora visibili i segni lasciati dallo scorrimento dell’acqua liquida: canali sinuosi con tanto di affluenti, fondi di laghi asciutti con depositi di detriti portati dai fiumi, pezzi di scarpate continentali generate dal moto ondoso dell’Oceano Borealis, del tutto analoghe alle scarpate terrestri. Va notato che i residui della scarpata corre lungo la separazione fra l’emisfero craterizzato e quello liscio. Risulta chiaro ora perchè una parte di Marte è più liscia dell’altra: la parte pianeggiante è il fondo dell’antico oceano marziano. Un’altra prova dell’esistenza dell’oceano è la scarpata di circa 8 Km di altezza che separa l’Olympus Mons dai terreni circostanti. L’Olympus è il più grande vulcano del Sistema Solare, è alto 24 Km e ha un diametro alla base di 600 Km. La scarpata è stata scavata dal moto ondoso e il vulcano doveva formare una specie di isola nell’oceano. Altri vulcani non mostrano questa caratteristica perchè posti su altopiani. Perchè insistere tanto sull’esistenza di questo oceano? Il motivo è semplice: la regione di Cydonia è in prossimità delle rive dell’antico mare di Marte.

 

La missione delle sonde Viking 1 e 2

Il 1976 è l’anno di esplorazione sistematica del pianeta rosso, anche se sono state inviate sonde fin dai primi anni ‘60. Le sonde Viking erano più sofisticate di quelle precedenti ed erano formate da due parti distinte: un orbiter e un lander. L’orbiter era la perte della sonda destinata a restare in orbita attorno al pianeta e fotografarne la superficie mentre il lander era la parte destinata a scendere direttamente sul suolo marziano. I lander dei Viking erano atrezzati per eseguire una ricerca di forme primitive di vita presenti nei deserti marziani. Come sappiamo l’esito fu negativo. Il 20 agosto 1975 parte il Viking 1 e arriva a destinazione il 15 giugno 1976. Dopo alcune orbite attorno a marte viene sganciato il lander che atterra in una regione chiamata Chryse Planitia (pianura dorata; 22.2º N, 48º W). Il Viking 2 viene lanciato un mese più tardi, il 9 settembre 1975 e quando arriva a destinazione il 7 agosto 1976 l’orbiter del Viking 1 sta già operando da quasi due mesi. Il 25 luglio del 1976 l’orbiter del Viking 1 sta riprendendo la superficie di Marte per cercare un posto di atterraggio adatto per il lander del Viking 2. In una immagine ripresa a 41º N e 10º W compare quella che sembra una specie di una collina a forma di "faccia" più o meno umana del diametro di circa 1.5 Km. La risoluzione comunque è molto bassa (nel migliore dei casi è di circa 40 m) e non consente di dire molto su questa conformazione. Appare chiaro comunque che è solo un casuale gioco di luci ed ombre unito alla bassa risoluzione dell’immagine. La regione fu fotografata un’altra decina di volte anche in condizioni di illuminazione differente e fu notato che la "faccia" tendeva a cambiare aspetto se cambiavano le condizioni geometriche Marte-orbiter-Sole (L’Astronomia, n.49, p.6, 1985). Il lander del Viking 2 venne fatto scendere in un’altra parte del pianeta, Utopia Planitia (pianura dell’utopia; 47.7º N, 225.4º W).

 

Cydonia

I nomi alle regioni marziane sono stati dati alla fine del secolo scorso da G.V.Schiaparelli noto astronomo italiano dell’osservatorio di Brera (Milano). Sciaparelli ha usato nomi ispirati alla geografia terrestre, così Cydonia era una città cretese chiamata così in onore d’un figlio di Minosse (per la verità il vero padre era Ermes...). Abbiamo già detto che Cydonia è una regione di confine fra i terreni craterizzati dell’emisfero sud e quelli pianeggianti dell’emisfero nord. Cosa succede dopo la ripresa della "faccia " marziana? In un primo momento niente ma poi l’immagine fu notata da Richard Hoagland, divulgatore scientifico americano. Rimase così colpito dalla "faccia" e da altre caratteristiche geologiche vicine ad essa di aspetto "piramidale" che non ebbe dubbi: quelle "strutture" erano di origine artificiale ed erano sicuramente opera di un qualche tipo di civiltà marziana. Hoagland fondò un gruppo il "Mars Mission" che si prefiggeva di studiare le vestigia di questa presunta civiltà. Ad Hoagland si unì Mark Carlotto, specialista nell’elaborazione di immagini. Naturalmente questa brillante iniziativa non ebbe credito fra gli scienziati responsabili della missione Viking che ritenevano le formazioni fotografate di origina naturale, non artificiale. Maggior successo ebbe fra il grande pubblico la vendita di libri e gadgets sull’argomento, tutto questo contribuì alla rinascita di tutto un filone speculativo su una possibile civiltà marziana. Dico rinascita perchè già dal 1877 in poi con la scoperta dei "canali" di Marte da parte di Schiaparelli (rivelatisi in seguito illusioni ottiche) si era favoleggiato su una possibile civiltà marziana e la cosa si era radicata molto nel grande pubblico.

Chi non ricorda la saga fantascientifica scritta da Edgard R. Burroughs, con il suo "Barsoom" abitato da incredibili esseri in lotta per la sopravvivenza fra gli sterili deserti di Marte?

Visto il clima favorevole a qualche guadagno extra due ex impiegati della NASA, Vincenti Di Pietro e Gregory Molenaar, si diedero da fare e con un piccolo sforzo trovarono altre due "facce" situate nella regione di Utopia (la stessa zona dove scese il lander del Viking 2) e si unirono ad un altro gruppo di "studiosi" delle "facce" di Marte, il "Mars Research" di Glenn Dale. Grazie all’attività di questi gruppi la NASA venne periodicamente accusata di voler nasconedre la verità sulle "costruzioni" di Marte. Il 25 settembre 1992 partiva la missione "Mars Observer", purtroppo la sonda andò persa nell’agosto del 1993 quando aveva raggiunto Marte. Le accuse alla NASA di avere sabotato la missione per non dover diffondere ulteriori immagini di Cydonia piovvero un po da tutte le parti. Per fortuna arrivò la missione "Mars Global Surveyor".

 

La Mars Global Surveyor

La sonda partì il 7 novembre 1996 e arrivò a destinazione il 12 settembre 1997 senza incidenti di rilievo se si eccettua il dispiegamento poco corretto di uno dei due pannelli solari. L’immissione in orbita circuplanetaria avviene sfruttando l’atrito dinamico con gli alti strati dell’atmosfera di Marte. Questa procedura è nota come "aerobraking". In questo modo si può risparmiare sul propellente necessario, costruendo sonde leggere al cui lancio è sufficiente un vettore economico. La MGS ha già ottenuto un risultato di rilievo, riuscendo a rivelare l’esistenza di un debole campo magnetico attorno a Marte (800 volte più debole di quello terrestre). Il frenamento si è rivelato più complesso del previsto a causa delle vibrazioni del pannello solare dispiegato male, il ritmo della operzione è stato rallentato e terminerà nel gennaio 1999 con un anno di ritardo sui tempi previsti. L’orbita finale sarà circolare a circa 400 Km di altezza dal suolo di Marte. Dalla fine di marzo 1998 e per una durata di circa 5 mesi l’aerobraking è stato sospeso per sfruttare le favorevoli condizioni di illuminazione dell’emisfero nord, infatti le immagini presentano maggiori dettagli se il Sole non è troppo alto sull’orizzonte locale. Alla quota di 400 Km la massima risuluzione srà di circa 1.4 m, sufficiente per cercare di individuare i vecchi lander delle missioni Viking che presentano un diametro di 2 metri. Il progresso rispetto alle immagini trasmesse dalle Viking risulta evidente, la MGS è quindi in grado di mettere la parola fine alle selvagge speculazioni sulle "costruzioni" marziane. Ed è proprio quello che è successo. Il 5 aprile la MGS è riuscita a riprendere una immagine ad alta risuluzione della "faccia" di Marte. La sonda si trovava alla distanza di 444 Km e la risuluzione è di 4.3 m per pixel, dieci volte maggiore delle migliori immagini dei Viking. La "faccia" si è rivelata per quello che effettivamente è, non una costruzione artificiale ma una collina erosa dal vento e dall’acqua che anticamente scorreva su Marte (ricordiamo che la regione era in prossimità dell’Oceanus Borealis). Riducendo via software la risuluzione delle immagini ripresa dalla MGS e simulando condizioni di illuminazione simile a quella di certe foto dei Viking si riottiene la vecchia "faccia" di Marte. E’ difficile immaginare una prova migliore di questa, se si esclude l’esplorazione diretta sul suolo marziano.

Il 14 aprile la MGS ha ripreso anche le "piramidi" in prossimità della "faccia". Anche qui è evidente l’origine naturale delle strutture. Formazioni piramidali simili sono presenti anche sulla Terra, specie nelle regioni antartiche. La loro altezza è dell’ordine del metro, quindi sono molto più piccole delle loro "cugine" marziane, sono chiamate "dreikanter" dalla parola tedesca "dreikant" che significa triedro. Queste "piramidi" sono generate dall’erosione eolica ad opera di venti costanti che tendono a rimodellare i fianchi dei cumuli irregolari conferendogli poco per volta una forma geometrica. Sulla Terra l’erosione eolica è ad opera del "blizzard", il temibile vento antartico in grado di trasportare anche piccoli pezzi di ghiaccio che facilitano il lavoro di erosione. Su Marte ci sono invece i poderosi venti che si originano durante il ciclo di sciogliemnto e riformazione delle calotte polari e in grado di trasportare granelli di sabbia, notoriamente un materiale molto abrasivo in grado di lavorare a scale molto maggiori di quelle terrestri. Ora che si è confermato quanto era già chiaro spero solo che l’interesse per Marte non vada affievolendosi. La MGS è solo la prima di una serie di missioni che porteranno l’uomo a sbarcare sul pianeta un decennio dopo l’inizio del nuovo millenio. Sarà una delle esplorazioni più fantastiche che una mente umana possa immaginare, un intero mondo tutto per noi e chissà che dalle polveri dell’ex oceano di Marte non spuntino i resti di qualche antico fossile marziano estintosi 3 miliardi di anni fa perchè il pieneta era diventato arido e desolato come lo vediamo ora.

 

Fine di un sogno

Termina qui l’esposizione di questa piccola mitologia "fiorita" attorno all’esplorazione del pianeta rosso. Vogliamo solo sottolineare che vedere "facce" in formazioni naturali è tutt’altro che raro. L’esempio più evidente è il cosiddetto "bacio nella Luna" che fu scoperto da Filippo Zamboni nel 1880 e descritto con dovizia di particolari nel suo libro "Il bacio nella Luna", Roma 1912. Lo Zamboni aveva notato che la Luna piena vista ad occhio nudo mostra due teste umane nell’atto di baciarsi (Astronomia, vol3, p.1079, Curcio, 1986). Naturalmente l’immagine cambia al cambiare del gruppo umano, così diversi popoli hanno visto praticamente di tutto nelle macchie dei mari lunari. Altri esempi più vicinia noi ci sono dati da quelle ingenue manifestazioni della fede popolare in cui l’immagine di un presunto Cristo viene vista sopra porte, rocce ecc. ecc.