MARCHE: EVENTO ECCEZIONALE, MA NON COSÌ MISTERIOSO

 

Qualche volta piovono pietre

 

 

Sabato 28 settembre 1996 sulle cronache di Ascoli Piceno dei quotidiani marchigiani si leggeva la notizia del rinvenimento di una buca misteriosa nei pressi della cittadina di Fermo, in zona Santa Petronilla, a seguito della caduta di un qualcosa non meglio identificato: chi parlava di una bomba sfuggita ad un aereo, chi di un frammento di satellite, chi di una meteorite o, addirittura, un contenitore radioattivo. Non è mancato chi, come il cronista locale del Messaggero, ha tirato in ballo UFO e marziani, enfatizzando gratuitamente sugli eventi.

Poi, il pomeriggio del 1 ottobre, nel corso di una conferenza stampa tenutasi presso la caserma dei carabinieri di Fermo, in cui l’oggetto caduto dal cielo faceva bella mostra di sé, la soluzione del mistero: trattasi di una meteorite che pesa poco più di dieci chili e misura 19 centimetri di base, 24 di altezza e 16 di profondità.

Le agenzie battevano la notizia, che tuttavia è stata quasi snobbata dai quotidiani nazionali. Tanto clamore poche settimane prima per la meteorite ritrovata al Polo Sud e presentata - forse con un certo azzardo a sentire le successive dichiarazioni degli stessi scienziati incaricati delle analisi - come la prova di tracce di vita su Marte, e nemmeno un trafiletto per la pietra piovuta dal cielo nella campagna marchigiana. E dire che la meteorite di Fermo è la terza per importanza in termini di peso fra le dodici cadute nel nostro Paese nel corso di questo secolo, come avvalorato da Gianmario Molin dell’università di Padova, membro dell’équipe di studiosi a cui è stato affidato il compito di analizzarne un frammento.

Ma ciò che sorprende ancor più è la modalità, alquanto fortuita, del ritrovamento. Il CISU, nella persona di Simone Grandicelli, si è subito interessato al caso svolgendo indagini in loco che assieme a quelle condotte da Alberto Latini del Gruppo Astrofili Lariani (che ringraziamo per la preziosa collaborazione) nel corso del sopralluogo effettuato con Enrico Stomeo e Maurizio Eltri dell’Unione Astrofili Italiani (Sezione Meteore) ci consentono di ricostruire il corretto svolgersi degli eventi.

Nel pomeriggio del 25 settembre, Luigino Benedetti, 39 anni, agricoltore, era al lavoro nei suoi campi in zona Valloscura, località a nord di Fermo. La giornata era nuvolosa ed anche un poco nebbiosa. Improvvisamente la sua attenzione è stata attratta da una serie di rumori insoliti. Prima alcuni colpi (3 o 4) simili a tuoni: provenivano da nordovest e sono durati qualche secondo. Poi, dopo altri 10 secondi circa, un suono simile a quello prodotto dalle pale di un elicottero, seguito da un ultimo rumore, tipo ziing, simile ad un tosaerba. E’ stata proprio la localizzazione di quest’ultimo ziing, che proveniva dal versante opposto, da Santa Petronilla, che ha fatto pensare all’agricoltore, anche se non era riuscito a scorgere nulla, che fosse caduto qualcosa sopra la vigna del vicino. D’istinto ha guardato l’orologio che portava al polso: erano le 17.30. Altre persone che erano vicine a lui hanno udito solo i primi colpi, simile al bang degli aerei a reazione, e lo canzonavano quando asseriva che qualcosa era sicuramente caduto sul versante di fronte. Per evitare polemiche, l’agricoltore non si è recato a verificare la sua impressione, e sul momento ha preferito lasciar perdere.

Nel pomeriggio del giorno seguente, mentre pioveva, incontrava casualmente l’amico Gino Ferraguti, 62 anni, suocero del proprietario della vigna di cui sopra. Anche Ferraguti aveva udito il giorno prima, senza farci troppo caso, il rumore simile a quello degli aerei, mentre si trovava in località Montone, circa due chilometri a ovest di Fermo. Il Benedetti riferiva al Ferraguti le sue impressioni e lo invitava a controllare la zona. Più tardi, in serata, il Ferraguti salendo a piedi sopra la vigna, grazie ad alcuni schizzi di fango proiettati sulla strada sterrata, scopriva la presenza di una buca ai bordi della stessa.

La mattina del 27, senza dire nulla al Benedetti ma dopo essersi consultato coi parenti, Ferraguti avvisava telefonicamente i carabinieri del rinvenimento. In tarda mattinata i carabinieri si recarono a casa del Benedetti. Non trovandolo lasciarono un messaggio. Alle 13.30, Benedetti andava dai carabinieri e rendeva la sua deposizione in merito ai fatti. Poco dopo, l’agricoltore si recava, con grande emozione, a vedere il buco. Era proprio nella zona dove lui aveva intuito. L’oggetto che l’aveva prodotto non era visibile, in quanto ricoperto dal fango. Notava invece che alcuni rami del vicino roveto erano spezzati di netto, a seguito della caduta. I carabinieri avevano già provveduto a transennare la zona temendo un ordigno esplosivo.

Quindi sono stati chiamati i Vigili del Fuoco di Fermo che non hanno preso alcuna decisione se non chiedere l’intervento dei colleghi di Ascoli, che hanno verificato l’assenza di radioattività anomala. Poi sono arrivati gli artificieri, che non hanno toccato nulla. Come anche il genio militare che, accorso da Roma, ha ritenuto non essere di sua pertinenza l’operazione di recupero.

Così, dopo ben quattro giorni di sorveglianza e discussioni su chi aveva la competenza a intervenire, gli artificieri, venuti questa volta da Ancona, estrassero l’oggetto solo la mattina del 1 ottobre.

Quando la buca è stata aperta si è visto che, alla profondità di circa 40 centimetri, la parte inferiore della meteorite aveva urtato, danneggiandolo, un grosso sasso che probabilmente ne ha impedito l’ulteriore approfondimento.

Il merito dell’eccezionale rinvenimento spetta, come abbiamo già detto, a Luigino Benedetti che, malgrado si trovasse a circa 300 metri dal punto di caduta quando ha udito i rumori, è riuscito a dare una indicazione precisa dello stesso. Altre persone in zona hanno riferito di aver sentito boati tipo tuono o passaggio di aerei quello stesso pomeriggio, ma non sono potute essere precise sull’orario.

Purtroppo anche le verifiche attuate a cura della sezione meteore dell’UAI presso l’Osservatorio Geofisico di Macerata, che gestisce la rete sismica marchigiana, non hanno dato alcun contributo alle indagini in quanto non sono stati riscontrati segnali significativi - eventualmente prodotti dall’onda sonica - sulle registrazioni di quel periodo. Risultati negativi, almeno sinora, hanno dato anche gli annunci pubblicati sui quotidiani locali alla ricerca di eventuali testimoni della caduta dell’oggetto o del rinvenimento di altri suoi frammenti che si presume possano essere precipitati in zona.

Di fatto, i bang sonici riportati da più persone suggeriscono che la meteorite, giunta nella bassa stratosfera, si è spaccata perlomeno in due o tre pezzi riducendo la sua velocità, che inizialmente era probabilmente vicina ai 15 chilometri al secondo, a un centinaio di metri al secondo, a causa della resistenza offerta dell’aria.

Sono presenti infatti, su quasi tutta la superficie della meteorite, una sottile crosta di fusione scura, formatasi per l’elevata temperatura dovuta all’attrito esterno con gli strati atmosferici, e molte interessanti tracce relative all’entrata nell’atmosfera. Le più evidenti sono le regmaglipti, cioè dei piccoli affossamenti presenti all’esterno, simili alle cavità impresse dalle dita sulla creta, dovute all’ablazione superficiale durante il volo di piccoli vortici d’aria caldissimi. Il corpo presenta almeno tre fessurazioni, probabilmente provocate dall’urto sul sasso. Mancano anche due grossi spigoli probabilmente rotti per le analisi: qui è visibile l’interno che è di colore grigio cenere. Evidente è l’alterazione che in forma di masse rugginose procede sulla frattura a partire dalla crosta esterna, che non era presente al momento del recupero ed è pertanto dovuta alla successiva esposizione all’aria, e ad una non corretta conservazione.

Approfondite analisi della meteorite sono tutt’ora in corso a cura di un’équipe di fisici, mineralogisti e geologi attivati da Giordano Cevolani dell’Istituto di Fisica della Bassa e Alta Atmosfera (FISBAT) di Bologna del CNR che, grazie alle informazioni trasmessegli direttamente dal CISU, si è recato a Fermo e ha avuto in consegna un frammento della stessa.

Secondo quanto comunicatoci dallo stesso Cevolani, sono stati condotti in parallelo due tipi di analisi, una di tipo petrografico-chimico e l’altra sugli isotopi cosmogenici. Dalle prime analisi, eseguite dal gruppo di ricercatori coordinato dal prof. Gianmario Molin del Dipartimento di Mineralogia e Petrologia dell’Università di Padova, è emerso che i minerali presenti nella meteorite sono in prevalenza costituiti da silicati di ferro e magnesio, e da solfuri di ferro. E’ presente anche vetro a volte ricco in potassio. Ciò permette di classificare la meteorite come una condrite ordinaria brecciata, classe chimica H, cioè ad alto contenuto in ferro, con frammenti di diverso tipo petrologico (3-5) in quanto i costituenti mineralogici presentano diverse fasi di cristallizzazione.

L’84% delle meteoriti pietrose sono proprio delle condriti, così chiamate perché contengono granelli (condrule) dalla forma di piccoli sferoidi, di solito non più grandi del millimetro. Il record nazionale di peso (228 chili) appartiene alla condrite caduta ad Alfianello, vicino a Brescia, il 16 febbraio 1883.

L’analisi sulla presenza degli isotopi cosmogenici nella meteorite di Fermo è stata invece condotta dal gruppo coordinato dal prof. Giuseppe Molin del Dipartimento di Fisica Generale dell’Università di Torino e dell’Istituto di Cosmogeofisica del CNR, ed ha permesso di calcolare il suo tempo di esposizione nello spazio, come oggetto a sé stante, in alcuni milioni di anni, periodo prossimo alla nascita del nostro sistema solare.

Gradiremmo a questo punto evidenziare l’evento di Fermo come un altro esempio di collaborazione, o interazione che dir si voglia, tra "sempre bistrattati" ufologi (quelli veri) e "comunque bravissimi" astronomi-astrofili-astronomi non professionisti. Ci consideriamo onorati del fatto che Giordano Cevolani, nel corso del convegno tenutosi a Fermo il 14 dicembre dello scorso anno, ha pubblicamente manifestato al CISU «la gratitudine della comunità scientifica, che ha potuto così fare piena luce su effetti finora misconosciuti di questi eventi», riferendosi in particolar modo alla nostra collaborazione, definita «decisiva» dallo stesso Cevolani, per l’identificazione dell’evento che ha riguardato un oggetto di alcuni metri che ha illuminato qualcosa come 150-200 mila metri quadrati del nostro Paese la notte del 19 gennaio 1993: l’esplosione di un bolide interplanetario avvenuta a 30 chilometri sopra il comune di Lugo, in Romagna.

Qualcuno, dal lato opposto, sempre a proposito della meteorite di Fermo è riuscito addirittura a parlare di cover-up, di «un oggetto la cui natura molto difficilmente si riuscirà a stabilire con certezza», giustificando le proprie paranoie col fatto che un oggetto di tali dimensioni avrebbe dovuto provocare perlomeno una «voragine».

Beata ignoranza: la buca rinvenuta a Fermo è da considerarsi classica per oggetti del genere. Chiedete a tutti gli esperti e veri studiosi di pietre cadute dal cielo. E per chi avesse ancora dubbi, non resta che recarsi a Fermo, dove la meteorite è esposta al pubblico.

p. t.