Chi ha paura
dell’Uomo in Nero?

Ritorna il mito dei Men In Black. Ecco la loro storia tra leggenda e realtà

EDOARDO RUSSO & PAOLO TOSELLI

Grazie al successo dell’omonimo film, l’espressione inglese Men in Black e la relativa sigla MIB, finora conosciute solo da studiosi e appassionati di ufologia, sono improvvisamente arrivate nell’estate del ’97 alla ribalta del grande pubblico di tutto il mondo e stanno addirittura entrando nel linguaggio comune, ripetendo quanto avvenne vent’anni fa con il termine Incontri Ravvicinati, tratto da un sistema di classificazione dei casi ufologici ed adottato come titolo della famosapellicola di Steven Spielberg.

Le recensioni e la critica cinematografica hanno ripetuto l’affermazione della campagna promozionale, secondo la quale il nome degli Uomini in Nero sarebbe stato ripreso da un omonimo fumetto americano (che in occasione dell’uscita del film è stato poi anche tradotto in edizione italiana). Ma questa è solo metà della storia, perché quel fumetto a sua volta si basava per l’appunto su uno specifico tema del folklore ufologico, al quale sono stati dedicati negli anni vari libri e numerosi articoli.

 

BENDER, CHI ERA COSTUI?

La storia dei misteriosi Uomini in Nero comincia con un impiegato di Bridgeport, nel Connecticut, Albert K. Bender, che viveva col suo patrigno all’ultimo piano di un edificio trasformato, per la sua parte, in quello che lui stesso chiamava la “stanza degli orrori”. Pipistrelli, ragni, topi finti e teste imbalsamate facevano bella mostra su tavoli e scaffali; raffigurazioni di vampiri, lupi mannari e mostri assortiti adornavano il soggiorno. Bender era avidamente appassionato sia della fantascienza che dei film dell’orrore e nutriva un forte interesse per la magia nera, l’occulto e i dischi volanti, tant’è vero che nell’aprile 1952, all’età di 31 anni, si fece promotore della fondazione dell’International Flying Saucer Bureau, una delle primissime associazioni ufologiche, con lo scopo di riunire tutti coloro che erano disposti a considerarsi “amici degli occupanti dei dischi volanti” affinché questi ultimi si decidessero a scendere pacificamente sulla Terra.

Le idee dell’associazione, che raggiunse velocemente i 1500 iscritti, venivano diffuse attraverso il bollettino Space Review, sul quale erano pubblicate anche le prime inchieste condotte dagli associati sugli avvistamenti di dischi volanti. Uno dei membri più attivi era il direttore delle indagini, Gray Barker, il cui nome resterà per sempre associato a quello di Bender.

Tutto procedeva per il meglio, finché un giorno del settembre 1953, come lo stesso Bender confidò a Barker, tre uomini - che inizialmente identificò come “agenti del governo degli Stati Uniti” - gli fecero visita e gli rivelarono il segreto degli UFO, minacciandolo tuttavia che se ne avesse fatto parola con qualcuno sarebbe stato subito incarcerato, e invitandolo a sciogliere la sua associazione. Bender disse in seguito che l’esperienza lo aveva talmente sconvolto da farlo stare male per alcuni giorni. Malgrado le pressioni dei suoi amici, però, Bender rivelò ben poco dell’incontro, se non che i tre uomini erano vestiti con abiti neri, e che ne aveva ricevuto la visita poco dopo aver spedito una lettera a un suo corrispondente nella quale affermava di aver individuato l’origine e lo scopo ultimo delle visite extraterrestri sulla Terra.

Nei giorni seguenti alla prima visita, uno degli uomini si sarebbe recato nuovamente da Bender e il suo atteggiamento più amichevole lo avrebbe tranquillizzato un po’, senza però che questo bastasse per impedirgli di abbandonare per sempre le sue attività ufologiche, sciogliendo l’IFSB e cessando la pubblicazione della Space Review.

Nei mesi e negli anni seguenti, altri appassionati dei dischi volanti smisero di occuparsi dell’argomento in circostanze insolite, in quanto - si diceva - indotti al silenzio da misteriosi personaggi vestiti con abiti scuri. Nel 1956, Gray Barker pubblicò su questi episodi un libro dal titolo sinistro They Knew Too Much About Flying Saucers (“Sapevano troppo sui dischi volanti”), nel quale sosteneva la tesi che le autorità cospiravano per mettere a tacere gli studiosi che si avvicinavano troppo alla verità sugli UFO.

In effetti fu proprio Barker a mantenere vivo negli anni l’interesse sul caso Bender, continuando a scriverne e nel contempo a sollecitare l’amico perché rendesse noto quanto sapeva, finché nel 1962 Bender gli consegnò finalmente il manoscritto con la ricostruzione della sua esperienza e Barker, che era intanto divenuto editore di pubblicazioni sui dischi volanti, lo pubblicò.

Intitolato Flying Saucers and the Three Men (I dischi volanti e i tre uomini), il libro venne accolto con molta perplessità ed incredulità anche dai suoi amici. Cambiando versione rispetto a quanto aveva precedentemente raccontato, Bender asseriva ora che i tre uomini che gli avevano fatto visita erano in realtà alieni camuffati (il loro vero aspetto era mostruoso) la cui missione era accumulare e raffinare l’acqua del mare, in modo da estrarre un elemento necessario alla sopravvivenza del loro pianeta. Le creature avrebbero addirittura portato Bender nella loro base al Polo Sud dove gli sarebbe stato consegnato un piccolo oggetto, che avrebbe controllato le sue attività finché la loro missione non fu ultimata, nel 1960, liberando finalmente Bender dal vincolo del segreto.

Poco dopo la pubblicazione del libro, Bender, che nel frattempo si era sposato, si trasferì a Los Angeles, lasciandosi definitivamente alle spalle l’argomento UFO e rispondendo solo raramente alle numerose lettere di ufologi che gli ponevano domande sulla sua esperienza.

 

UN FENOMENO CONTROVERSO

Fu quindi grazie a Bender, e ancora più grazie a Gray Barker che lo aveva promosso, che prese corpo il mito di quelli che poco per volta vennero definiti Men in Black (gli Uomini in Nero).

Fra i primi a saltare sul carro furono, non a caso, personaggi dell’ambiente contattistico: proprio nel 1956 George Adamski raccontò di essere stato avvicinato e minacciato (peraltro inutilmente, a quanto pare) da tre uomini in nero e in seguito sostenne la tesi che questo “gruppo del silenzio” farebbe capo ai Banchieri Internazionali con sede a Zurigo (un eufemismo usato negli ambienti neofascisti americani per indicare gli ebrei). Un altro noto contattista, George Hunt Williamson, rilanciò affermando che «ci sono sempre stati ‘tre uomini’ presenti ad ogni grande evento della storia», per sopprimere chi poteva rivelare verità scomode, al servizio di un fantomatico governo occulto mondiale dominato dai sionisti.

In realtà, parallelamente agli episodi sopra citati, le cui vittime erano studiosi o appassionati di ufologia, fin dai primi avvistamenti di dischi volanti si erano avuti episodi relativi a personaggi non meglio identificati che avrebbero invece intimidito i testimoni.

Capostipite di questi episodi fu il controverso caso dell’isola di Maury, nello stato di Washington. Secondo il testimone principale, Harold Dahl, il pomeriggio del 21 giugno 1947 (tre giorni prima dello storico avvistamento di Kenneth Arnold, che segnò la nascita dei dischi volanti), mentre stava navigando nella baia orientale dell’isola lui e i suoi compagni notarono in cielo la presenza di sei oggetti simili a krapfen. Uno di questi stava immobile, e gli altri cinque gli roteavano attorno. A bordo dell’imbarcazione tutti mantennero lo sguardo fisso su tale spettacolo. Dahl, temendo uno scoppio, allontanò la barca dalla zona, ma ebbe la previdenza di scattare alcune foto mentre si allontanava. Di fatto all’interno dell’oggetto stazionario si produsse un’esplosione, e la parte inferiore si disintegrò in migliaia di frammenti metallici che caddero in mare. Alcuni colpirono anche la barca danneggiandola, ustionando il figlio di Dahl e uccidendo il suo cane, dopodiché i sei velivoli scomparvero allontanandosi.

Agli inquirenti, Dahl si mostrò molto restio a parlare dell’episodio, rivelando di aver avuto numerosi incidenti dopo l’avvistamento dei dischi volanti. Confidò anche che il giorno dopo un uomo sulla quarantina lo aveva contattato dicendogli: «So cosa lei ha visto all’isola e posso darle un buon consiglio. Dimentichi tutto e tenga la bocca chiusa». Dahl si stupì della visita in quanto non aveva fatto parola con alcuno dell’episodio.

Il caso, a cui si interessarono l’Army Air Force e l’FBI, venne ben presto e unanimemente ritenuto un falso, per la stessa ritrattazione dei protagonisti (Dahl non ritrovò mai le foto, i frammenti erano semplici scorie minerali, la barca non mostrava danni recenti), anche se restano dei dubbi sui veri motivi che indussero i testimoni a raccontare simili fatti, anche in considerazione della presenza tra di essi di un fantomatico personaggio, Fred Lee Crisman, coinvolto sin da allora coi servizi segreti, e in seguito implicato nientemeno che nell’omicidio Kennedy.

Ma numerosi episodi analoghi si ripeterono negli anni successivi, in cui sedicenti agenti o militari interrogarono e intimidirono testimoni di avvistamenti UFO, e talvolta sequestrarono documentazione. Quello che destò più clamore di tutti ebbe per protagonista un ex-poliziotto, l’ispettore stradale Rex Heflin, autore di una notissima serie di fotografie relative a un disco volante a bassa quota nei pressi di Santa Ana, in California, il 3 agosto 1965.

Heflin raccontò che, dopo la pubblicazione delle sue foto su un giornale locale, ricevette la visita di un ufficiale dei servizi di intelligence del NORAD (il comando strategico della difesa aerea americana), che si fece consegnare i positivi Polaroid di prima generazione. Quando Heflin chiese al NORAD la restituzione delle sue foto, gli venne risposto che quell’ente non si occupava di UFO. Ma nei primi giorni del 1967 Heflin ricevette una nuova visita: due ufficiali in uniforme dell’USAF scesi da una macchina scura dal cui interno proveniva una strana luce violetta, che lo interrogarono sul suo avvistamento facendogli anche strane domande sul triangolo delle Bermude, con atteggiamento misterioso. Forte dell’esperienza col sedicente inviato del NORAD, Heflin si fece dare nome e grado di entrambi gli ufficiali, ma quando venne chiesto all’USAF, risultò che entrambi erano del tutto sconosciuti.

Le successive lamentele di Heflin portarono ad una sorta di riconoscimento ufficiale dell’esistenza dei MIB da parte del governo americano. Alla fine di gennaio del ’67 il colonnello George Freeman, portavoce del Pentagono per il Progetto Blue Book, ammise infatti in un’intervista che «misteriosi personaggi che indossavano uniformi dell’Aeronautica militare o esibivano documenti identificativi di enti governativi hanno messo a tacere testimoni UFO. Abbiamo controllato un certo numero di questi casi, e questi personaggi non hanno assolutamente nulla a che fare con l’Air Force. […] Presentandosi come ufficiali dell’Air Force o di altri enti pubblici, commettono un reato federale. Indubbiamente ci piacerebbe prenderne uno».

Poche settimane dopo, il primo marzo 1967, il Quartier Generale dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti diramò una circolare per informare tutti i centri di comando dei servizi segreti dell’esistenza di tali impostori che si qualificavano come ufficiali militari per condurre un’attività intimidatoria nei confronti di testimoni UFO, ordinando inoltre che «tutto il personale militare e civile, ed in particolare gli ufficiali delle pubbliche relazioni e quelli che indagano casi UFO, che vengano a sapere di tali storie, devono notificarle immediatamente all’Ufficio Indagini Speciali più vicino» e menzionando proprio (senza nominarlo espressamente) il caso delle foto sottratte a Heflin.

Nonostante tali smentite, gli ufologi continuarono a ritenere che tali personaggi fossero proprio ufficiali dell’Aeronautica o comunque dipendenti federali. Ed è indubbio che in diversi casi gli inquirenti militari (normalmente funzionari dell’intelligence dell’Air Force) suggerirono ai testimoni intervistati di non raccontare più nulla della loro esperienza.

 

LO STEREOTIPO DEI MIB

Ma negli anni ’60 le descrizioni degli Uomini in Nero cominciarono a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da quelle di semplici agenti del cover-up governativo. Stando ad alcuni autori, i MIB cominciarono a sembrare piuttosto una parte dello stesso fenomeno UFO, mostrando capacità paranormali e comportamenti inquietanti e irrazionali. E proprio questa è la connotazione caratteristica dei Men in Black, che maggiormente è rimasta nella formazione dell’idea stessa dei MIB.

In base alle descrizioni pubblicate da una certa letteratura ufologica, possiamo tracciare il ritratto-tipo di questi MIB paranormali. I MIB arriverebbero senza preavviso, talvolta soli oppure in due, ma tradizionalmente in tre, alle case oppure nei luoghi di lavoro di taluni testimoni UFO e di ufologi o di loro collaboratori. Normalmente in precedenza il testimone o l’inquirente hanno segnalato l’avvistamento a qualcun altro, ma a volte invece i MIB sarebbero addirittura arrivati prima ancora che il testimone abbia potuto raccontare la sua esperienza. Secondo alcuni testimoni i MIB sembrerebbero possedere su di loro più informazioni di quanto i normali estranei sarebbero in grado di conoscere. Sebbene sia stato riportato che alcuni MIB agiscano più stupidamente che minacciosamente, in genere avrebbero trattato rudemente o altrimenti intimidito i testimoni, gli ufologi e le loro famiglie.

Vestiti spesso in abiti scuri, che a volte sono stati descritti come sporchi e generalmente trascurati oppure altre volte irrealisticamente puliti e privi di spiegazzature, in alcune occasioni i MIB hanno messo in mostra un modo di camminare alquanto insolito, muovendosi quasi come se le loro anche fossero collegate alle gambe con un perno, producendo un effetto di scivolamento o di vibrazione, e spesso con il dorso e le gambe in apparente movimento verso direzioni opposte. I MIB hanno inoltre mostrato una certa inclinazione verso l’uso di Cadillac nere o altre grandi berline di colore comunque scuro. Alcuni MIB avrebbero mostrato un insolito accrescimento dei peli, come se questi fossero cresciuti irregolarmente dopo essere stati tagliati di recente.

I MIB parlerebbero in modo molto particolare: questa distinzione può risultare da una loro voce risonante come pure dalla loro monotonia, dal parlare cantilenante o dal tono lamentoso. Per quanto concerne il viso, i MIB spesso presenterebbero un aspetto straniero, dalla pelle scura o dall’aria vagamente orientale, venendo descritti come italiani, zingari, birmani o indiani; ma non mancano MIB che mostrerebbero un aspetto o una parlata comune.

Occorre precisare che le descrizioni di cui sopra sono state diffuse, a partire dagli anni ’60, soprattutto dal filone meno critico e più sensazionalistico dell’ufologia americana, quello della cosiddetta middle ufology, di cui Timothy Green Beckley, Jim Moseley, Brad Steiger e per l’appunto Gray Barker furono gli epigoni. A dare particolare voce alla tesi secondo la quale i MIB non sarebbero stati semplicemente agenti governativi ma anzi un’emanazione dello stesso fenomeno UFO, fu poi lo scrittore John Keel, nell’ambito delle sue teorie parafisiche secondo cui non si tratterebbe affatto di visitatori dallo spazio ma di esseri che da sempre vivono sulla Terra, in una sorta di universo parallelo al nostro. Proprio Keel è stato il primo a diffondere l’uso della sigla MIB per indicare i Men in Black, ed il primo a parlare dei “fotografi misteriosi” che abbagliavano i testimoni con misteriosi flash (un tema centrale nella recente pellicola cinematografica).

Il filone più tradizionale dell’ufologia americana (quello rappresentato dalle associazioni storiche, APRO, NICAP e poi MUFON e CUFOS) non ha invece mai dato una connotazione miseriosofica ai MIB, tutt’al più assimilati – come si è detto - ad interventi dei militari o dell’intelligence.

 

COME SPIEGARE IL MISTERO DEI MIB?

A partire dalla metà degli anni ’60, quindi, il fenomeno degli Uomini in Nero è stato interpretato in due diversi modi: come l’azione di agenti governativi allo scopo di far tacere testimoni e ufologi sulla realtà degli UFO, oppure come l’interferenza di creature aliene (extraterrestri o parafisiche) per negare la propria presenza sulla Terra.

Eppure la loro essenza enigmatica li accomuna anche alla tradizione popolare. Lo studioso americano di folklore Peter Rojcewicz ha rilevato numerose analogie tra gli Uomini in Nero e l’antica figura del Diavolo. Ad esempio, i MIB posseggono una natura molto simile a quella della figura mitologica del Trickster (“l’Ingannatore”, “il Burlone”). Sia la presunta onniscienza dei MIB che le coincidenze nelle loro apparizioni trovano correlazioni anche nel contesto della tradizione diabolica.

Anche il numero “tre” ha la propria importanza all’interno della demonologia.

Inoltre episodi in tutto e per tutto analoghi alle intimidazioni dei moderni uomini in nero si ritrovano anche in altre epoche, prima che nascessero i dischi volanti. Strani individui dall’aspetto straniero furono segnalati da testimoni dei passaggi di misteriose aeronavi sull’Inghilterra del 1909, ed è stato perfino riscoperto un caso di MIB nell’ondata di apparizioni luminose e religiose in Galles, nel 1905.

Queste argomentazioni possono essere intese sia come implicita conferma delle tesi parafisiche, sia pure come indicazione del significato pregnante che componenti legate al mito e al folklore siano all’opera anche in questo particolare aspetto del problema ufologico, perlomeno nella forma che gli è stata data da una certa letteratura.

D’altro canto, c’è invece chi ritiene l’intera vicenda dei MIB sia stata prodotta semplicemente dall’isteria paranoica frequentemente associata con le frange più estremistiche di chi si occupava all’epoca di UFO e argomenti simili.

Sono infatti pochi gli episodi MIB che sono stati approfonditi con una vera e propria inchiesta, e la grande maggioranza si riduce a voci di seconda mano o a racconti che rimangono non verificabili. Ed esistono invece casi che, una volta approfonditi, hanno perso l’alone di mistero che li circondava: quando si è potuto rintracciare chi fossero veramente alcuni MIB, talvolta i testimoni avevano un po’ troppo enfatizzato la figura di qualche inquirente ufficiale (o addirittura di ufologi!), ma il più delle volte erano stati alcuni ufologi a connotare di un alone noir il normale intervento di forze dell’ordine (o – appunto – di altri ufologi).

Tanto più che è difficile definire quali casi possano ritenersi MIB: è evidente che non è necessario qualcuno vestito di nero. Ma è sufficiente che un testimone riferisca di essere stato interrogato rudemente da un poliziotto o da quello che si è qualificato come un ufficiale in borghese? Occorrono minacce ed intimidazioni o è sufficiente un clima di tensione? Consideriamo MIB solo i personaggi di aspetto alieno o strano?

Non a caso, i casi di MIB più ordinariamente umani si dimostrano anche quelli maggiormente attendibili e documentabili, e sono con tutta probabilità dovuti a indagini e visite di veri agenti e inquirenti ufficiali, mentre i casi di MIB più paranormali risultano quasi sempre collegati a testimoni e soprattutto a studiosi tendenzialmente più propensi a certe tesi.

 

GLI UFOLOGI A CACCIA DEI MIB

Dopo essere state relegate per molto tempo nel limbo del folklore ufologico, da alcuni anni le storie di MIB sono divenute oggetto di attenzione anche da parte di studiosi rispettabili, sulla base di informazioni e documentazioni che gettano una nuova luce su tali episodi.

Per quanto riguarda in particolare l’affare Bender, il professor Michael Swords, del J. Allen Hynek Center for UFO Studies, ha pubblicato nel 1992 le sue considerazioni, basate proprio sulle informazioni da lui reperite nell’archivio che il defunto Gray Barker ha lasciato in eredità alla biblioteca della contea di Clarksburg. Fino a quel momento, nessuno aveva messo in relazione l’inquietante visita ricevuta da Bender con un fatto curioso, avvenuto poche settimane prima: il 18 agosto ’53 un oggetto descritto come «una palla di fuoco» si era schiantato contro un cartellone metallico a New Haven, nel Connecticut, lasciando un grosso buco e proseguendo la propria corsa a bassa quota per poi scomparire dietro una collina. Il primo ad arrivare sul posto, prima ancora dei servizi di sicurezza della Marina americana, accorsi anch’essi, fu August Roberts, fotografo e inquirente locale dell’International Flying Saucer Bureau, che scattò varie foto (poi pubblicate su numerosi libri di ufologia) e prelevò alcuni frammenti metallici rimasti incastrati nel cartellone, inviandoli poi a Bender per analisi. Bender a sua volta li aveva inviati al consulente chimico dell’IFSB, Robert Emerson, che era anche un colonnello dell’Esercito in pensione (e che negli anni ’60 fece poi parte del consiglio direttivo dell’organizzazione ufologica NICAP).

Emerson informò Bender che si sarebbe rivolto ai laboratori dell’Atomic Energy Commission, dove aveva degli amici. Pochi giorni dopo, un agente dell’FBI si presentò con una scusa a casa di Gray Barker (all’epoca direttore delle indagini dell’IFSB) e gli fece anche alcune domande sull’associazione ufologica. Nei giorni successivi, analoghi episodi capitarono ad almeno altri tre dirigenti del gruppo, tanto che il 9 settembre lo stesso Bender notava: «Non mi hanno ancora avvicinato, ma stai sicuro che sarò preparato quando lo faranno». Intorno al 28 settembre, i tre uomini in nero fecero visita a Bender, informandosi sulle attività del gruppo, manifestando stupore al numero di corrispondenti dell’IFSB («Ma siete dappertutto!», avrebbe esclamato uno dei tre vedendo gli spilli colorati che li indicavano sulla cartina degli USA appesa al muro), facendo appello al suo senso di patriottismo per convincerlo a sciogliere l’associazione e cessare ogni ricerca, sequestrando gli elenchi degli iscritti e tutte le copie rimaste del bollettino Space Review, censurando e riscrivendo parte dell’editoriale che Bender stava preparando per il nuovo numero di ottobre (quello in cui verrà annunciato lo scioglimento del gruppo).

Ma perché un intervento così pesante? Per cercare di capirlo, va ricostruito il clima di quel periodo. Nel precedente mese di gennaio la CIA aveva riunito un gruppo di scienziati per fornire una valutazione generale della questione UFO: tra le altre cose, il Robertson Panel (si veda UFO n. 15) raccomandò che venisse sminuita l’attenzione per i dischi volanti e che anzi venisse scoraggiato l’interesse del pubblico. Circa le associazioni ufologiche private, «dovrebbero essere tenute sotto controllo data la loro influenza potenzialmente grande sul pensiero di massa se dovessero avvenire avvistamenti diffusi. Occorre tenere presente l’evidente irresponsabilità e il possibile utilizzo di questi gruppi per scopi sovversivi».

Swords suggerisce che, come altri gruppi che nello stesso periodo si occupavano di UFO, Albert Bender e l’IFSB fossero sottoposti a sorveglianza dalle forze dell’ordine e dai servizi segreti. Quando pochi mesi prima (sulla Space Review) Bender annunciò che stava per coordinare i dati con le analoghe associazioni in Australia e Nuova Zelanda per cercare di determinare le rotte orbitali dei dischi volanti, i servizi si sarebbero messi in allerta: un progetto internazionale di cittadini americani in combutta con stranieri per sorvegliare le rotte di volo di aeromobili non identificati sarebbe visto con sospetto anche oggi, figuriamoci alla vigilia della “caccia alle streghe” maccartista!

Proprio il caso di New Haven, però, avrebbe fatto precipitare la situazione: la presenza sul posto di funzionari dell’intelligence della Marina e i risultati delle analisi sui frammenti metallici (rame e ossido di rame), oltre alla dinamica dell’evento, farebbero pensare a qualche proiettile sfuggito alla vicina base navale. Il fatto che un’organizzazione privata fosse accorsa, avesse prelevato dei campioni di ordigni bellici americani e stesse facendoli analizzare era probabilmente troppo per il controspionaggio, che sarebbe intervenuto con decisione per far chiudere l’IFSB, tanto più che nell’ultimo numero della Space Review era stata annunciata la prossima pubblicazione della soluzione del problema dei dischi volanti.

Per spiegare il successivo, incredibile racconto di Bender, Swords ipotizza che i servizi segreti potrebbero addirittura aver deciso di raccontare a Bender qualcosa di talmente fantastico che nessuno gli avrebbe più creduto. «Ritengo - afferma Swords - che il caso Bender sia stato un gioco di intelligence oppure un esperimento per valutare sul campo come poteva essere manipolata la comunità ufologica». Parole forti, ma anche negli anni successivi non sono mancati episodi in cui i servizi hanno effettivamente infiltrato alcune associazioni ufologiche, talvolta portandole alla chiusura, talvolta disseminando false informazioni per sviarne le ricerche o per verificarne la manipolabilità.

Sia pure non nella loro forma più parafisica, i MIB avrebbero quindi potuto avere una realtà concreta, come del resto testimoniato da un certo numero di episodi.

Ma chi potevano essere in effetti questi Uomini in Nero che avvicinavano testimoni e studiosi?

Secondo lo scrittore e ufologo William Moore, gli Uomini in Nero sarebbero davvero esistiti e sarebbero in effetti agenti governativi sotto mentite spoglie, anche se le loro apparizioni furono (e sono) meno frequenti di quanto certe voci incontrollate farebbero credere. Gli Uomini in Nero sarebbero per la precisione membri di una particolare unità dell’Air Force Intelligence attualmente conosciuta come Air Force Special Activities Center (AFSAC), dedita principalmente alla raccolta di human intelligence (informazioni da fonti umane, a complemento di quelle da intercettazioni elettroniche o da materiale stampato). L’unità, che dalla fine degli anni ‘40 ha cambiato svariate volte nome e quartier generale, dal ‘59 alla fine degli anni ‘70 era nota come 1127th Field Activities Group, di stanza a Fort Belvoir, in Virginia, e venne sicuramente coinvolta anche nelle indagini sugli UFO (come risulta da alcuni documenti declassificati e rilasciati negli anni più recenti).

Secondo Moore, loro non avrebbero creato la leggenda dei MIB, ma l’avrebbero sfruttata opportunamente per coprire le loro operazioni. Moore cita lo studioso J. R. Richelson (The U.S. Intelligence Community, Ballinger, Cambridge 1985) che descrive il 1127° come «un reparto strampalato, un mosaico di gruppi speciali… i suoi uomini erano degli impostori nati. Il loro lavoro era far parlare la gente…». Venivano reclutati ladri d’auto, scassinatori, gente dalla parlantina facile, genialoidi, truffatori e impostori, a volte direttamente dalle carceri. La disciplina e l’organizzazione erano secondarie, l’obiettivo era ottenere le informazioni cercate. Il reparto avrebbe partecipato ad alcune delle più difficili operazioni di controspionaggio.

Moore ha ipotizzato che il gruppo abbia semplicemente sfruttato l’idea degli Uomini in Nero, in effetti inventata e promossa da alcuni ufologi come Barker, per riuscire a camuffarsi e ottenere la copertura ideale per ottenere informazioni sugli UFO in maniera che nessuno, tranne la frangia più sensazionalista e paranoica dell’ambiente ufologico, prestasse fede ai racconti dei loro interventi.

Fu questa la vera genesi dei Men in Black? Probabilmente non lo sapremo mai. Come per molti altri aspetti dell’ufologia, anche in questo sotto-fenomeno si sono intrecciate realtà e fantasia, testimonianze sincere e spregiudicate invenzioni, formando un groviglio da cui è ormai difficile districare le une dalle altre.

 

 

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- Paolo Toselli, F.B.I. Dossier UFO - I veri X-Files, Armenia, Milano 1996, pp. 30-48 [cap. "Il giallo di Maury Island"]

 

 

 

QUANDO GLI UFOLOGI INCONTRANO GLI UOMINI IN NERO

«Le luci in sala, molto basse, facevano contrasto con due potenti fari che illuminavano il palco degli oratori. Quella sera d’inverno, era il 1979, in città si parlava di UFO, ed io, per la prima volta, mi trovavo investito del ruolo di conferenziere. Fu così che incontrai il mio primo Uomo in Nero. Era lì, solo, seduto in prima fila, col cappottone e borsalino in tinta. Alla fine dell’incontro lasciò il teatro senza aver proferito parola. Nei giorni a seguire non ricevetti alcuna telefonata minatoria, né tantomeno la visita di suoi simili, come ci si sarebbe aspettato da quello che leggevo su alcuni libri ufologici, del genere a sensazione. Di lui non seppi più nulla. Chissà, forse fu solo la mia fantasia ad attribuire alla sua stravaganza un ruolo insostenibile». Paolo Toselli

«Nel gennaio 1997, con la testa piena di storie di MIB per il libro che avevo appena finito di scrivere su questo argomento, uscendo da una banca a Buxton mi trovai davanti l’incubo di ogni ufologo: una grande Jaguar nera vecchio modello, con una targa londinese del 1962! Fu un classico momento da MIB, specialmente quando gli occhi dell’uomo elegante in piedi accanto all’auto si fissarono su di me (senza dubbio come risultato della mia espressione attonita).

Stavo per essere ammonita a non scrivere quel libro? Tutte quelle storie, che avevo sentito su altri, stavano per avverarsi? Se me la fossi filata via senza approfondire, questo episodio sarebbe divenuto uno di più su cui porci oggi questo tipo di domande. Solo che non mi allontanai di corsa, ma andai a parlare con quell’uomo. Era un normale proprietario di un’auto d’epoca e questo casuale incontro era stata una pura coincidenza». Jenny Randles

 

GLI UOMINI IN NERO NEL NOSTRO IMMAGINARIO

Nel 1978, anticipando l’uscita in Italia di Incontri ravvicinati del terzo tipo, arriva nelle sale cinematografiche Occhi dalle stelle girato da Roy Garrett, al secolo Mario Gariazzo. Interpretato da Nathalie Delon, Robert Hoffman e Martin Balsam, è la storia dei tentativi senza esclusione di colpi dei servizi segreti di nascondere la realtà delle visite UFO sul nostro pianeta. Nel finale i MIB, che svolgono un ruolo centrale del film, finiscono per falciare a colpi di mitra tutti i protagonisti!

In realtà, gli Uomini in Nero appaiono anche in diverse altre pellicole, quali Il vampiro del pianeta rosso (1958) e - più recentemente - Viva la vie (1985), del regista francese Claude Lelouche. Nel 1961 uscì invece in Italia I Pianeti contro di noi, di Romano Ferrara, una curiosa messa in scena di alcuni tra gli aspetti più paranoici dell’ambiente ufologico (Uomini in Nero in giro per Roma su automobili scure, sabotaggi misteriosi ad installazioni spaziali, ecc.).

La camminata meccanica dei MIB è stata poi ripresa in chiave ironica dal produttore e attore cinematografico John Sayles nel suo film Fratello di un altro pianeta (The Brother from Another Planet, 1984), nel quale lo stesso Sayles recita la parte di uno dei due Uomini in Nero.

I MIB sono l’argomento centrale anche per la pellicola USA The Silencers (da noi trasmessa in Tv col titolo Assassini silenziosi), diretta nel 1995 da Richard Pepin con protagonista Jack Scalia (un affezionato dei B-movies di fantascienza) nei panni di un agente speciale che indaga sui misteriosi MIB. Tre classici Uomini in Nero fanno la loro comparsa nel film The Shadow Men di Timothy Bond, distribuito recentemente in Italia in videocassetta col titolo Ombre Aliene.

Infine nell’estate 1997 è arrivato sugli schermi il film sui MIB per eccellenza: Men in Black, affidato alla regia di Barry Sonnenfeld (La famiglia Addams), che prende spunto dall’omonimo fumetto americano di Lowrence Cunningham. Riprendendo in chiave comica e grottesca tutte le leggende sugli Uomini in Nero, Men in Black racconta di un gruppo per il controllo degli alieni (che da secoli fanno visita alla Terra) nato all’ombra dei servizi segreti. Un poliziotto (Will Smith) si trova costretto ad associarsi a un Uomo in Nero (Tommy Lee Jones) per neutralizzare un terrorista alieno proveniente da un vicino sistema solare, il quale rischia di far distruggere ogni forma di vita sulla Terra. Il cast include anche Vincent D’Onofrio e Linda Fiorentino, mentre gli effetti speciali sono affidati a Rick Baker. Produttore esecutivo è nientemeno che Steven Spielberg.

Ovviamente gli Uomini in Nero hanno fatto la loro comparsa anche sul piccolo schermo. La serie televisiva Gli invasori (The Invaders), 1967-69, interpretata da Ray Thinnes, li presentava come alieni camuffati da comuni terrestri che si danno da fare per sopprimere le prove sulla loro realtà e quella degli UFO.

La presenza di personaggi misteriosi, di servizi super-segreti, di controllori occulti è poi l’ossatura portante di televisive quali X-Files e, più recentemente, Dark Skies, che hanno rivitalizzato il mito degli Uomini in Nero e, più in generale, del cospirazionismo come chiave di lettura dell’intera realtà che ci circonda.

X-Files, oltre ai numerosi riferimenti indiretti, li mostra in carne ed ossa in un episodio della terza serie intitolato Dov’è la verità? (Jose Chung’s from Outer Space) e dedicato alla diversa percezione della realtà: due MIB minacciano pesantemente il testimone di un incontro ravvicinato e cercano di convincerlo che la strana luce avvistata non era altro che il pianeta Venere!

Ma l’immagine dei MIB fa ormai parte del nostro quotidiano e ne troviamo traccia un po’ ovunque, dai fumetti, alla musica, ad ambiti ancora più insoliti.

Sin dal primo numero del lontano 1982, intitolato per l’appunto "Gli uomini in nero", il bonelliano Martin Mystère si trova la strada intralciata da questi fantomatici figuri, una sorta di organizzazione segreta che ha lo scopo di impedire la divulgazione di ogni scoperta che potrebbe cambiare il nostro modo di pensare e quindi di turbare l’assetto sociale. Sia che si tratti di scoperte archeologiche, storiche o scientifiche, sono sempre in prima linea per sopprimerle, se contrastano con le conoscenze già consolidate. Col titolo "Gli uomini in nero" è tra l’altro uscito nell’ottobre ‘97 uno speciale albo gigante interamente dedicato alle origini, la storia e la leggenda degli irriducibili nemici di Martin Mystère.

In campo musicale, il gruppo punk rock degli Stranglers intitolò proprio Men in Black un suo album, mentre nel 1995 i Running Wild diedero lo stesso titolo ad un brano del loro album Masquerade. All’inizio del 1996 uscì The Cult of Ray, un disco dell’ex cantante e leader degli statunitensi Pixies Frank Black, alias Charles Thompson, che contiene il singolo Men in Black, in cui emergono le ossessioni per UFO e alieni del cmusicista, ed in particolare per quei personaggi che sarebbero inviati per colpire chi rivela di aver avvistato un UFO.

Infine un caso-limite, come segno conclusivo della diffusione capillare di un argomento che invece si riteneva riservato agli addetti ai lavori. Èstata infatti dedicata agli "Uomini in nero venuti dallo spazio", una puntata pubblicata negli anni ‘80 del fotoromanzo pornografico Supersex, interpretato da Gabriel Pontello.

 

 

UNA MONOGRAFIA PER SAPERNEDIPIÙ SUI MIB

Il Centro Italiano Studi Ufologici ha dedicato ai Men in Black una monografia della serie Documenti UFO. E’ vero infatti che si tratta di un aspetto forse marginale dell’ufologia, scarsamente documentato e documentabile, spesso basato soltanto su voci o storie di dubbia attendibilità, ma la forza del metodo scientifico sta proprio nella possibilità di affrontare qualsiasi argomento, perché quel che conta è l’atteggiamento col quale ci si fonte di fronte ad esso.

Per studiare i racconti dei MIB occorre quindi applicare gli strumenti concettuali che usano ad esempio gli studiosi di folklore, indipendentemente dal fatto che tali racconti corrispondano o meno a fatti reali. E’ quello che fa il professor Peter Rojcewicz nell’articolo "Gli uomini in nero e la tradizione: ipotesi di analogie con la figura tradizionale del Demonio", tracciando un suggestivo parallelo tra i MIB ufologici ed altri tipi tradizionali di racconti di "uomini neri".

Anche i testimoni di MIB però, come queli degli avvistamenti UFO, sostengono di raccontare delle esperienze, dei fatti concreti realmente accaduti che vanno quindi seguiti da un’indagine. Ciò è però avvenuto di rado e nella monografia figurano due dei pochi casi di MIB investigati a fondo: uno negli Stati Uniti, seguito direttamente da J. Allen Hynek e Allan Hendry ("Il mio primo MIB: quando il CUFOS affrontò gli ’uomini in nero’… e vinse!"), l’altro in Gran Bretagna, dove un gruppo ufologico non si rassegnò alle minacce ma riuscì a risalire al suo autore (Martin Shipp, "L’alieno tra noi: un caso di MIB risolto").

In conclusione, uno sguardo d’insieme di Edoardo Russo sui "MIB in Italia".

 

 

M.I.B. - Gli "Uomini in Nero" tra mito e fenomeno

52 pagine, Lire 10.000 (iscritti CISU L. 8.000)

I MIB IN ITALIA: UNA PRESENZA EVANESCENTE

 

Le visite dei MIB sono state riportate anche nel nostro paese? Sembrerebbe proprio di sì, ma occorre distinguere nettamente tra i casi di "MIB con caratteristiche aliene" e quelli di "MIB con caratteristiche umane". I primi, una decina in tutto, provengono quasi esclusivamente da un ben preciso tipo di ambiente, quello delle frange cultiste, pseudo-esoteriche ed irrazionalistiche dell’ufologia. Tre casi hanno infatti come protagonisti i membri di un gruppo ufologico ligure attivo negli anni ’70, che raccontarono dell’intervento di MIB nel momento in cui si accingevano a rendere pubblici i loro personali avvistamenti a ripetizione avvenuti nel corso di serate di osservazione sui monti alle spalle della città, con tanto di presunte foto di UFO invisibili atterrati e dei loro occupanti. Un paio di altri episodi derivano da un professionista di Cremona che, nel corso di quasi vent’anni, avrebbe avuto numerosi avvistamenti ed esperienze ufologiche, mentre un altro repeater veneto raccontò nel 1975 di sentirsi osservato e minacciato da un essere vestito di nero. Infine una nota contattista milanese, oltre ad incontrare personalmente degli Uomini in Nero, sembra essere stata il modello ispiratore per altri due casi lombardi che sono stati resi noti da un gruppo di appassionati di cui si sospetta che in passato abbiano inventato di sana pianta più di un avvistamento.

Molto più ampia invece la serie di episodi in cui i MIB avevano tutto l’aspetto (e verosimilmente l’identità) di agenti delle forze armate, delle forze dell’ordine o dei servizi segreti, e che anzi spesso si sono qualificati come tali. Diversi casi di incontro ravvicinato hanno infatti avuto come strascico l’indagine di questo o quell’ente, senza peraltro che - nella stragrande maggioranza dei casi - vi sia stata intimidazione o minaccia alcuna.

Passando invece alla visite degli Uomini in Nero ricevute da ufologi, il discorso si fa ancor più complicato e si entra (paradossalmente) nel regno del non verificabile. Esistono infatti pochissime testimonianze di ufologi italiani che avrebbero ricevuto minacce da parte di misteriosi persecutori o addirittura cessato le proprie attività a seguito di interventi dei MIB. Di solito, oltre che di storie molto vecchie - risalenti quasi tutte agli anni ‘50 e ‘60 -, si tratta di voci di seconda mano, che alla prova dei fatti non sono confermabili e che, soprattutto, hanno riguardato personaggi minori dell’ufologia italiana, e mai gli studiosi più noti o più attivi. E’ il caso, ad esempio, di un ex-ufologo torinese che ha sostenuto di aver dovuto cessare la sua rivista ed abbandonare Torino perché costretto dai MIB, mentre in realtà la sua scelta di chiudere e trasferirsi in altra città sarebbe stata determinata dalla più prosaica necessità di sfuggire sì, ma dai creditori! Un altro noto ex-ufologo romano degli anni ‘50, che abbandonò improvvisamente i suoi studi sull’argomento dicendo che era stato costretto dagli Uomini in Nero, ha poi candidamente ammesso di essersi inventato di sana pianta i MIB per essere lasciato in pace dagli ex-colleghi. Per non parlare delle losche attività di quello che è stato chiamato "il clan dei pescaresi", attivo soprattutto a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 nell’ambito di una colossale truffa ai danni di sprovveduti creduloni che non esitarono a sborsare fior di quattrini in collette a favore di Piloti Extraterrestri Feriti. Intimidazioni e minacce - telefoniche, verbali e anche fisiche - sarebbero state ricevute da alcune persone troppo curiose sulle loro attività. D’altra parte, risulta da più fonti che anche un noto giornalista-ufologo si era recato nei primi anni ‘60 presso non pochi testimoni di avvistamenti clamorosamente ripresi dalla stampa, spaventandoli con le sue insistenti raccomandazioni a non raccontare più niente a nessuno.

Più di recente, il revival dell’argomento ufologico nel nostro paese, soprattutto nelle forme più sensazionalistiche, ha spinto improvvisati ufologi della X-Files generation ad intimorire irresponsabilmente testimoni di avvistamenti UFO, paventandogli il rischio di future visite di Uomini in Nero.

E viene anche da chiedersi se potremmo considerare MIB in senso lato certi "ufologi" (non a caso appartenenti al filone che fa del cover-up una fede) che vanno in giro raccomandando ai testimoni di non accettare interviste e di non parlare con ufologi "cattivi", di solito identificati con gli inquirenti del CISU!